Marcus Miller
Ottobre 30, 2008
Un musicista jazz davvero eccezionale, famosissimo, che però io non conoscevo.
“Miller is perhaps best known as a bassist, working with trumpeter Miles Davis, singer Luther Vandross, and saxophonist David Sanborn as well as a prolific solo career. Miller is classically trained as a clarinetist, and also plays bass clarinet, keyboard, saxophone, and guitar.”
Il suo modo di fare jazz non mi disturba come di solito accade quando ascolto per diversi minuti questo genere di musica; il suo è jazz melodico, dove la melodia è blues, funky and R&B.
La sua band, infine, è davvero strepitosa.
Vi propongo di vedere un suo CONCERTO, di cui vi mostro l’inizio in questo video.
My blood is clean Pt. 5
Ottobre 29, 2008
Moka, la ragazza talentuosa, pubblica nel suo “Motel de Moka” una playlist che lascia sbalorditi: 8 tracce di artisti diversi, tutti pezzi di rara bellezza (“Duetto” e “Pitasi” i miei preferiti) e tutti in armonia tra di loro.
Per farvela ascoltare la copio integralmente qui di seguito, ma vi consiglio di gustarvela nella sua cornice originale:“My blood is clean Pt. 5″.
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- Maurizio Ravalico / Ollie Bown – Duetto (Part 1)
An Introduction To Not Applicable (Web Release) - Haruki – Gallop On Off
Haphazardly, While Sitting (Corps-Morts / 2008) - Goldmund – To
Two Point Discrimination (Western Vinyl / 2007) - Bird Show – Mbira, Harp & Voice
Bird Show (Kranky / 2008) - Clogs – Pitasi
Sticks music (Brassland /2004) - Emmanuelle Parrenin – L’Écharpe De Soie
Maison Rose (Ballon Noir / 1977) - Six Organs of Admittance – Procession of Cherry Blossom Spirits
School of the Flower (Drag City / 2005) - Baka Pygmies – Yeli
Heart of the Forest (Crammed Discs /1993)
All I do is what my flesh can do, yet everything my flesh can do feels strange.
I am the swelling of a salt sea onto an armature of chalk, the calm of a tidal pool where brain cells live, the wind, the lightning storm where thought flares into thought.
I taste damp sparks inside my tongue. If sayings gather under the name of Faith, or Art, I let them when they let me let them, and my mind clears.
- Brooks Haxton, I Am.
Salvatore Borsellino
Ottobre 27, 2008
Non so se l’avete mai sentito parlare di suo fratello, della mafia e dei fatti di sangue del 1992… Ogni volta mi porta alle lacrime, e ogni volta mi carica di rabbia infinita.
Alcuni passaggi dei suoi dialoghi con la memoria non si può negare abbiano anche un estremo valore umano, come ad esempio quando ricorda che suo fratello paolo aveva iniziato volontariamente ad uscire di casa quando i figli ancora dormivano e a rietrare quando s’erano già riaddormentati, così da rompere un legame affettivo che di lì a poco – lui lo sapeva – la mafia avrebbe spezzato per sempre.
Qui vi mostro solo uno dei suoi interventi ma in rete, a cercarli, se ne trovano diversi. In un suo recente articolo sul suo BLOG ha rivelato che, a causa dello stess emotivo e della frequenza di questi incontri ai quali partecipa, sta accusando problemi di salute e difficoltà nel rifiutare ancora alla sua famiglia la dovuta attenzione.
Vorrei poterlo incontrare, per ringraziarlo e per dirgli: Salvatore, non è stata colpa tua.
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Samba Latin Jazz
Ottobre 26, 2008
Vi riporto una fazzolettata di belle canzoni ascoltate utimamente alla radio:
Autore: Clara Nunes
Titolo: Canto das tres racas
Links : PLAY & DOWNLOAD
Autore: Concha Buika
Titolo: Mi nina Lola
Links : PLAY & DOWNLOAD
Autore: Bossa-Jade
Titolo: Jardin d’hiver
Links : Tutti i loro video
Gianmaria Testa
Ottobre 26, 2008
Gironzolando per le radio non commerciali ho incontrato la musica di Gianmaria Testa: son di questo tipo gli incontri che lasciano una traccia… anzi tre:
Autore: Gianmaria Testa
Titolo: Lampo
Links : PLAY & DOWNLOAD
Autore: Gianmaria Testa
Titolo: Seminatori di grano
Links : PLAY & DOWNLOAD
Autore: Gianmaria Testa
Titolo: Dentro il cinema
Links : PLAY & DOWNLOAD
Berlusconi, Cossiga & Carlo Giuliani
Ottobre 23, 2008
Cossiga è (a prescindere dal giudizio di merito!) persona secondo me intelligentissima; anche più di Andreotti.
Le sue esternazioni sono famose per il fatto che, piene di ironiche allusioni, spesso aprono – per chi sa intenderne il codice – squarci di luce nel buio di mondi osceni inimmaginabili e preclusi ai più.
Oggi leggo una sua intervista su QN, che riporto parzialmente:
“Maroni [...] dovrebbe ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. [...] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri [...] nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano [...], soprattutto i docenti [...] non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. [...] Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Cossiga sa bene che le parole pronunciate nell’intervista sono pesanti, pesantissime! Non credo si sia rincitrullito a causa dell’età avanzata, per niente. Credo invece che abbia voluto parlarci con quel suo codice cifrato per farci intendere verità che altrimenti non avrebbe potuto rivelare.
Ebbene, provo a dare una mia interpretazione ale sue parole.
Cossiga il suggerimento lo rivolge a Berlusconi, il quale già solo ieri DICEVA:
“Vorrei dare un avviso ai naviganti molto semplice: non permetteremo che vengano occupate scuole ed università, perchè l’occupazione di posti pubblici non è una dimostrazione, una applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni e nei confronti dello Stato.
Convocherò oggi il ministro degli interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa succedere. Sono assolutamente convinto che lo Stato debba garantire i diritti dei cittadini. Faremo lo Stato. Chi compie reati lo sappia. Avete quattro anni e mezzo per farci il callo, io non recederò di un centimetro”
Lasciamo da parte la buffonaggine del personaggio Berlusconi che già oggi smentisce tutto. Che pagliaccio…
Le sue parole violente e dittatoriali, fasciste, proiettate nello scenario illustrato da Cossiga, m’hanno fatto ritornare alla mente i disordini del G8, culminati con la morte di Carlo Giuliani.
E guarda caso a quei tempi c’era al governo Berlusconi, per l’appunto, e Fini alla vice presidenza del consiglio dei ministri…
Ascoltate le accuse mosse nel video che segue, poi giudicate voi:
Temo per gli studenti che manifestano la loro civile protesta, perchè son giovani e possono essere facilmente fomentati, deviati, condotti verso pesanti punizioni, punizioni che magari neanche hanno messo in preventivo (e questo è l’aspetto peggiore!…)
Le mie sono pure illazioni, eppure credo proprio che un fondo di verità ci sia in quello che penso…
“Media” indifferenza al futuro.
Ottobre 21, 2008
Lo sapevate che dall’inizio del 2008 confindustria e i sindacati stanno discutendo circa la riforma del sistema contrattuale? Io no, e ora che lo so rimango letteralmente sconvolto dal fatto che l’informazione non ne parla e – soprattutto – che la gente non ne parla.
Ho cercato di capirci qualcosa e quello che ne viene fuori – come se non bastasse tutto quello che questo attuale governo ci vomita addosso – non è per niente confortante.
/////////// LA NOTIZIA //////////////
10 ottobre.
Siamo a una svolta della trattativa sulla riforma del modello contrattuale. Confidustria, Cisl Uil si accordano su una serie di linee guida, che non si possono leggere comunque come un accordo separato. Piuttosto sono un documento che farà parte della trattativa più generale richiesta dalla Cgil anche con le altre organizzazioni e gli altri soggetti, sulla scia dei modelli degli accordi storici degli anni novanta.
Spingono sull’acceleratore anche i due ministri Sacconi e Brunetta.
Secco, anzi quasi lapidario com’è nel suo stile, il commento del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, secondo il quale “le linee guida condivise da Confindustria, Cisl e Uil per un nuovo modello di rapporti tra imprese e lavoratori sono altamente significative non solo perché rappresentano un primo punto fermo dopo circa un decennio di inutili tentativi, ma anche perché intervengono nella grande crisi delle economie finanziarie opponendovi un forte segnale di volontà degli attori che producono autentica ricchezza”.
14 ottobre.
Epifani: “E’ difficile trovare un accordo sulla riforma del modello contrattuale, perche’ la proposta della Confindustria fa diminuire i salari con il contratto nazionale e non estende neanche la contrattazione del secondo livello. Questo vuol dire che per la maggioranza dei lavoratori di un settore o di una categoria, con quell’impostazione, i salari non potranno aumentare”. A dirlo è il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: ‘Abbiamo diversita’ di visione. Ma non trovo alternative al tenere fermo un principio che e’ quello della fedelta’ alla piattaforma, della fedelta’ al fatto che i lavoratori italiani non possono guadagnare di meno di quello che guadagnano oggi’.
15 ottobre.
Marcegaglia: “Io e Bombassei abbiamo ricevuto un mandato pieno per chiudere la trattativa. L’obiettivo è chiudere con tutte e tre le sigle, anche con la Cgil. Ma il mandato non esclude altre ipotesi, cioè di proseguire, se necessario, per un accordo separato”. È questa la posizione della Confindustria sulla riforma dei contratti, annunciata dal presidente Emma Marcegaglia al termine dell’assemblea straordinaria della giunta dell’associazione degli industriali tenutasi oggi a Milano.
“ Aspettiamo la Cgil – aggiunge Marcegaglia secondo quanto riportano le agenzie di stampa – , ma se poi non arriva si possono fare anche altre scelte”. Quanto ai tempi, il presidente di Confindustria ha sottolineato che “non possono essere infiniti. Ora il tavolo sarà allargato anche alle altre associazioni”.
/////////// LE RAGIONI DELLA CGIL //////////////
Ultimamamente la Confindustria, la Cisl e la Uil hanno siglato assieme la condivisione di un documento che definisce “linee guida per la riforma della contrattazione collettiva”.
Questo documento – al quale la sola CGIL per ora si oppone – è un attacco alla contrattazione, ai diritti, al salario dei lavoratori.
Infatti:
- Il documento programma la riduzione dei salari nel contratto nazionale, perché:
- il contratto durerà 3 anni, invece che 2;
- gli aumenti salariali potranno essere solo ed esclusivamente legati a un indice definito da un’autorità terza, che in ogni caso dovrà togliere l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime importate; ovvero le famiglie pagheranno l’inflazione derivante dal costo dell’energia più delle imprese perché su di loro peserà anche la riduzione degli aumenti retributivi, oltre che i maggiori costi nelle bollette e nel prezzo della benzina;
- gli aumenti salariali, legati una volta di più alla produttività, smentiscono tutte le lacrime piante dopo ogni tragica “morte bianca”: da un lato si afferma che la sicurezza sul lavoro è una priorità e dall’altro si spinge i lavoratori a ritmi di lavoro sempre più pressanti; flessibilità (precarietà), turni e ore di straordinario, per aumentare la produzione.
- gli aumenti si calcoleranno in ogni caso su una paga di riferimento più bassa di quella su cui oggi vengono calcolati gli aumenti contrattuali nelle principali categorie dell’industria; una riduzione del 15% per i meccanici, del 20% per i trasporti; del 30% per i pubblici dipendenti.
- il recupero di un’eventuale inflazione più alta di quella definita, avverrà sempre togliendo l’aumento dei costi della benzina e dei beni energetici;
- non ci sarà nessuna certezza della decorrenza del contratto nazionale dalla data di scadenza, si dovrà procedere esattamente come oggi con le una tantum, di fronte ai gravi ritardi nei rinnovi contrattuali.
- Confindustria, Cisl e Uil auspicano poi che ci sia la riduzione del peso del fisco sui salari, ma in realtà lo chiedono solo per il salario flessibile e non per quello certo e garantito a tutte e a tutti.
IN CONCRETO, CON UN’INFLAZIONE UFFICIALE AL 3,8% E CON UN AUMENTO REALE DEI PREZZI DI PRIMA NECESSITÀ INTORNO AL 6%, SULLA BASE DI QUESTE LINEE GUIDA SI FAREBBERO RINNOVI CONTRATTUALI CON AUMENTI ATTORNO AL 2%: OGNI ANNO SI AVREBBE UNA PERDITA DI POTERE D’ACQUISTO SULLE BUSTE PAGA.
- Sulla contrattazione aziendale (contratti di secondo livello), che dovrebbe essere quella che viene favorita dall’accordo, si stabiliscono invece vincoli, limiti e punizioni, che la rendono ancora più difficile rispetto ad oggi.
Perché:
- tutto resta come prima, non c’è nessuna estensione della contrattazione né in azienda, né a livello territoriale;
- il salario dovrà essere ancora più flessibile e incerto di oggi, tanto è vero che già in alcune vertenze aziendali le imprese hanno detto no al consolidamento dei premi o all’aumento della parte fissa, usando il documento sottoscritto tra Confindustria, Cisl e Uil;
- è vietato chiedere nelle vertenze aziendali ciò che è stato già discusso nel contratto nazionale. Orari, precarietà, normative sull’inquadramento, non potranno essere più discusse a livello aziendale, pena “punizioni” per le organizzazioni e le rappresentanze che lo fanno.
- un lavoratore, se passa questa proposta, potrà avere un salario e dei diritti diversi a seconda del contratto di secondo livello che le parti sociali firmeranno per lui. Un modo originale per contrapporsi ai meccanismi di frammentazione che sono andati avanti in questi anni! Peccato che, aldilà delle intenzioni, oggi solo una ridotta parte di lavoratori sia coperta dal secondo livello di contrattazione.
- Tutto il sistema viene centralizzato, la Confindustria e le confederazioni sindacali firmatarie avranno il compito di controllare dall’alto tutto il sistema della contrattazione, nazionale e aziendale. L’arbitrato deciderà su eventuali controversie. Gli Enti bilaterali amministreranno sempre di più aspetti decisivi della condizione di lavoro.
- Passa per la prima volta il gravissimo principio per cui a livello aziendale o territoriale si possono fare sconti sul contratto nazionale. Così le imprese o i territori in difficoltà potranno minacciare la chiusura delle aziende o i licenziamenti per ottenere sconti e deroghe sulle condizioni minime stabilite nel contratto nazionale. E’ questo un meccanismo persino peggiore del ritorno alle gabbie salariali.
- Sugli appalti e le cessioni di ramo d’azienda si sostiene che va rafforzata la normativa senza dire in quale direzione. In un contesto in cui le esternalizzazioni e le delocalizzazioni sono all’ordine del giorno grazie all’attuale normativa c’è da restare interdetti.
- Non una parola, in questo documento, sul tema della democrazia sindacale, né per mettere in discussione il sistema delle Rsu che garantisce ai sindacati confederali il 33 per cento a prescindere dalla effettiva rappresentanza né, tantomeno, per imporre per legge il referendum tra i lavoratori per stabilire un mandato vero per la firma di un contratto.
Questo documento è un peggioramento delle stesse regole già negative dell’accordo del 23 luglio 1993 e, se applicato, porterà a una nuova riduzione dei salari per la grande maggioranza dei lavoratori mentre pochi potranno guadagnare qualcosa in più solo a prezzo di un maggiore sfruttamento.
RIFERIMENTI:
Tsunami sull’economia. Svolta nella trattativa: Confindustria, Cisl e Uil si accordano.
Riforma Ccnl: Marcegaglia, mandato per chiudere
Modello contrattuale, di male in peggio!
Modello contrattuale, di male in peggio!
Volantino CGIL “No Confindustria”
Volantino CGIL di approfondimento
Playlist #3
Ottobre 19, 2008
Ero in macchina e, mentre andavo, alla radio son passate una dietro l’altra queste tre canzoni:
Autore: Yael Naim
Titolo: Toxic (Britney Spears cover)
Links : PLAY & DOWNLOAD – VIDEO
Autore: Chris Garneau
Titolo: Baby’s romance
Links : PLAY & DOWNLOAD – VIDEO
Autore: Nitin Sawhney
Titolo: HOMELANDS
Links : PLAY & DOWNLOAD – VIDEO
La triplice emergenza
Ottobre 18, 2008
Riporto qui di seguito due interventi di Jeremy Rifkin: l’articolo “La triplice emergenza” (pubblicato ieri da “L’Epresso”) e un video (pubblicato il 25 giugno sul blog di Beppe Grillo)
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La triplice emergenza, 17 ottobre 2008
Credito, energia, cambiamenti climatici. Le crisi sono collegate e si alimentano reciprocamente. Per questo sono così difficili da battere. La soluzione è trasformarle in opportunità commerciali.
Ammesso che ce ne sia il tempo. Stiamo vivendo un periodo storico di enorme precarietà. Incombe infatti su di noi la prospettiva concreta di un tracollo economico globale, della portata di quello verificatosi durante la Grande Depressione negli anni Trenta. La crisi creditizia globale è aggravata dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale, e tutte insieme contribuiscono a creare un possibile cataclisma per la civiltà umana, diverso da qualsiasi altra cosa alla quale si sia assistito finora. Le tre crisi globali sono collegate tra loro e si alimentano reciprocamente. Affrontare questa triplice minaccia che incombe sul nostro stile di vita obbliga a dare il via a una nuova programmazione economica che riesca a trasformare in modo efficiente le avversità contingenti in altrettante opportunità.
L’attuale crisi creditizia, che sta dilagando in Europa e nel mondo intero, è iniziata nei primi anni Novanta. Da circa un decennio gli stipendi negli Stati Uniti erano fermi e in flessione. L’America è uscita dalla recessione degli anni 1989-1991, determinata almeno in parte da una contrazione del mercato immobiliare, estendendo a milioni di americani il credito al consumo. Il diffondersi di carte di credito facilmente ottenibili ha consentito ai consumatori statunitensi di acquistare beni e servizi ben al di là delle proprie effettive possibilità.
La ‘cultura della carta di credito’ ha incrementato il potere di acquisto e ha rimesso all’opera e al lavoro le aziende e i lavoratori americani per produrre tutti quei beni e quei servizi che erano acquistabili ricorrendo al credito. Negli ultimi 17 anni, i consumatori americani hanno sostenuto l’economia globale, in buona parte grazie agli acquisti effettuati con le carte di credito. Lo scotto pagato per mantenere l’economia globale sulle spalle di un debito al consumo sempre più alto negli Stati Uniti, tuttavia, ha comportato il dissolvimento dei risparmi delle famiglie americane. Nel 1991 i risparmi per nucleo familiare erano mediamente intorno all’8 per cento, mentre nel 2006 sono smaccatamente passati nella categoria dei passivi. Oggi una famiglia americana media spende più di ciò che guadagna: tale situazione si definisce ‘reddito passivo’, un ossimoro che ben rappresenta un approccio errato allo sviluppo economico.
A mano a mano che i risparmi delle famiglie sono diventati negativi, l’industria dei mutui e delle banche ha creato una seconda linea artificiale di credito, consentendo così alle famiglie americane di comperare una casa anticipando poco denaro o anche nulla e accendendo mutui di categoria subprime con bassi tassi di interesse a breve o brevissimo termine, mentre di fatto i tassi di interesse continuavano a salire e la rata in scadenza del mutuo era costantemente posticipata a un futuro indefinito. Milioni di americani hanno abboccato all’amo e si sono comperati case di valore molto superiore alla loro effettiva capacità di poterla pagare sul lungo periodo, creando così la nota bolla immobiliare. Ma è accaduto anche di peggio: comperando tutto a credito e necessitando di denaro contante, i proprietari di casa le hanno poi utilizzate alla stregua di sportelli bancomat e hanno rifinanziato i loro mutui, in qualche caso anche due o tre volte, ottenendo
così i soldi che volevano. Ora che la bolla immobiliare è scoppiata, milioni di americani si ritrovano sull’orlo del baratro e le banche rischiano il fallimento.
Dopo 17 anni vissuti alle spalle di un credito eccessivo, si è arrivati al punto che gli Stati Uniti adesso sono un’economia in completo sfacelo. Le passività lorde del settore finanziario statunitense, che nel 1980 erano pari al 21 per cento del Pil, hanno continuato incessantemente a salire nel corso degli ultimi 27 anni, arrivando nel 2007 a un assurdo 116 per cento del Pil. Considerato poi che le comunità bancarie e finanziarie statunitensi, europee e asiatiche sono ormai intimamente collegate tra loro, la crisi creditizia dall’America si è espansa a macchia d’olio, fino a investire l’intera economia globale.
A peggiorare le cose, la crisi creditizia globale ha subito un’ulteriore escalation negli ultimi due anni per l’impennata del prezzo del petrolio, che nel luglio 2008 ha raggiunto sui mercati mondiali la cifra di 147 dollari al barile. Questa impennata del greggio ha inferto un duro colpo all’inflazione, ha ridotto significativamente il potere di acquisto dei consumatori, ha rallentato la produzione e aumentato la disoccupazione, creando ancor più scompiglio e preoccupazione in un’economia già assillata dai debiti.
Ormai siamo di fronte a un nuovo fenomeno, detto ‘Peak Globalization’ (picco della globalizzazione), che si è verificato quando il petrolio ha toccato i 150 dollari al barile. Oltre questo livello, l’inflazione crea come un muro di sbarramento nei confronti di una crescita economica continuata, spingendo l’economia globale inesorabilmente indietro, verso la crescita zero. È solo con la contrazione dell’economia globale che il prezzo dell’energia ha ripreso a scendere in virtù della minore energia utilizzata.
L’importanza della ‘Peak Globalization’ non è sopravvalutata. La premessa essenziale della globalizzazione era che l’abbondanza di petrolio a basso prezzo avrebbe consentito alle grandi aziende di spostare i capitali in direzione dei mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, dove i prodotti alimentari e i manufatti possono essere realizzati con minima spesa e con ingenti margini di guadagno, per poi essere spediti in tutto il mondo. Questa premessa di base è sfumata, con conseguenze preoccupanti per il processo di globalizzazione.
Per comprendere come sia stato possibile arrivare a questo punto, occorre ritornare indietro nel tempo, per la precisione al 1979, l’anno in cui – secondo uno studio effettuato dalla BP, la compagnia petrolifera britannica – il petrolio globale pro capite toccò il suo picco massimo. Per l’opinione pubblica è decisamente più famigliare l’espressione ‘picco della produzione globale di petrolio’, che si riferisce al periodo temporale nel quale si esaurisce la metà del petrolio disponibile al mondo. Secondo i geologi il picco della produzione globale di petrolio molto verosimilmente dovrebbe aver luogo in un momento imprecisato compreso tra il 2010 e il 2035. Il picco della produzione petrolifera pro capite, invece, è il motivo per il quale il picco della globalizzazione si è verificato ben prima di quello della produzione petrolifera.
Dopo il 1979, la quantità di petrolio a disposizione di ogni essere umano ha iniziato a diminuire. Anche se da allora si sono scoperti altri giacimenti di greggio, il fatto che la popolazione terrestre aumenti di continuo significa che, se il petrolio fosse distribuito in modo uniforme a tutti gli esseri umani, ogni individuo si ritroverebbe meno petrolio a disposizione. Quando Cina e India negli anni Novanta hanno dato inizio al loro impressionante sviluppo, la loro richiesta di petrolio è schizzata alle stelle. La domanda ha cominciato a superare l’offerta e il prezzo del petrolio ha iniziato inesorabilmente a salire.
La conclusione di questo processo è che con meno petrolio pro capite teoricamente disponibile, tutti i tentativi di portare un terzo dell’intero genere umano – a tanto ammonta complessivamente la popolazione di Cina e India – nella Seconda Rivoluzione Industriale su base petrolifera, si scontrano con una limitata disponibilità di petrolio. In altre parole, le pressioni e le richieste da parte di una popolazione terrestre in continuo aumento di disporre di riserve petrolifere limitate inevitabilmente ne fa lievitare il prezzo, e quando il petrolio tocca i 150 dollari al barile, l’inflazione diventa talmente pesante da fungere da fattore frenante nei confronti di un’ulteriore crescita economica e l’economia globale si contrae.
Il prezzo in forte aumento dell’energia è incluso in ogni prodotto che realizziamo. I nostri alimenti sono ottenuti con fertilizzanti, petrolchimici e pesticidi; le nostre materie plastiche e i materiali da costruzione; la maggior parte dei prodotti farmaceutici e gli stessi abiti che indossiamo sono realizzati anch’essi a partire da combustibili fossili, come pure i nostri mezzi di trasporto e l’elettricità. Il costo più alto dell’energia ha un impatto incisivo su ogni aspetto della produzione, e al tempo stesso rende sempre più proibitivo il trasporto a lunga distanza via aerea e via mare con le navi cisterna. Quale che fosse il guadagno marginale precedentemente fruito da chi con la delocalizzazione spostava la produzione verso mercati del lavoro a bassa retribuzione salariale, è adesso azzerato dai costi energetici sempre più alti nell’intera catena di produzione. Questo segna l’effettiva fine della Seconda Rivoluzione Industriale, che ha luogo
ancor prima che sia stato raggiunto il picco della produzione globale di petrolio.
Al contempo, gli effetti del cambiamento climatico ‘in tempo reale’ stanno aggravando ancor più la situazione economica di varie zone del pianeta. L’ammontare dei danni arrecati all’economia statunitense dai soli uragani Katrina, Rita, Ike e Gustav si stima in eccesso nell’ordine dei 240 miliardi di dollari. Alluvioni, siccità, incendi, tornadi e altri cataclismi climatici estremi hanno decimato gli ecosistemi in tutto il mondo, non paralizzando soltanto la produzione agricola, ma anche le infrastrutture, rallentando l’economia globale e obbligando milioni di sfollati ad abbandonare le loro case.
Il governo statunitense ha varato un piano di salvataggio pari a quasi un trilione di dollari per salvare l’economia degli Stati Uniti, ma ciò non sarà sufficiente, in sé e per sé, ad arginare la recessione e farci invertire direzione per entrare in un nuovo periodo di crescita economica sostenibile, e questo perché il debito complessivo dell’economia statunitense è nell’ordine ormai di svariati trilioni di dollari. Nel frattempo, gli stipendi americani hanno continuato a rimanere immutati e la disoccupazione è in incremento. La supposizione che l’attuale recessione sia a breve termine e puramente ciclica è nel migliore dei casi ingenua e nel peggiore dei casi ingannevole. Le riserve energetiche globali, come pure quelle di gas naturale e di uranio, vanno economizzate, se dobbiamo soddisfare le aspettative di crescita del mondo sviluppato e di quello in via di sviluppo, mentre carbone, sabbie bituminose e greggio pesante sono troppo sporchi e
inquinanti per poter essere utilizzati. Il cambiamento climatico in atto in tempo reale sta procedendo a un ritmo molto più sostenuto rispetto alle proiezioni e ai modelli scientifici elaborati e resi noti in precedenza, e già destabilizza interi ecosistemi e crea scompiglio nelle attività economiche della società. Che fare, dunque?
Il nostro pianeta necessita di una visione economica adeguata, valida, nuova, che sposti la discussione e l’agenda relativa alla crisi creditizia globale, al picco petrolifero, e al cambiamento climatico dalla paura alla speranza, dai vincoli economici alle opportunità commerciali. Questa nuova concezione sta manifestandosi proprio in questo periodo, nel momento in cui le industrie si precipitano a introdurre le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili, la tecnologia di immagazzinamento dell’idrogeno, reti intelligenti di servizio pubblico, veicoli elettrici ricaricabili, preparando il terreno per una Terza Rivoluzione Industriale post-carbone.
La domanda più importante che dobbiamo porci, a questo punto, è la seguente: riusciremo a effettuare la transizione in tempo utile e a evitare di precipitare nell’abisso?
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Informazione comparativa 2
Ottobre 16, 2008
Segue il precedente post Informazione Comparativa e prosegue il dibattito a distanza circa l’amministrazione della giustizia, iniziato con le affermazioni di Luciano Violante.
A lui replica ora Bruno Tinti (Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino), in un INTERVENTO di cui qui di seguito riporto solo un estratto.
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[...]Non senza ragione la Costituzione prevede (art. 109) che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria.
Se non fosse possibile per il pm ordinarle di fare le indagini, tutte le indagini che egli ritiene opportune, la sua attività sarebbe condizionata da possibili inerzie o rifiuti.
Naturalmente, perché il pm possa dare ordini alla polizia, è necessario che esista un procedimento penale; se questo non c’è, manca il presupposto per indagare e dunque per dare ordini alla polizia.
Ora, non è affatto detto che la polizia (nel termine sono compresi polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza ecc.) sia sempre attenta e sollecita nel trasmettere notizie di reato alla procura, che poi potrà assumere la direzione delle indagini e cominciare a dare ordini; in molti casi potrebbe non farlo.
E non perché la polizia non sia piena di bravissime e onestissime persone; ma perché, a differenza dei magistrati, la polizia non è autonoma né indipendente.
Ha superiori gerarchici. E, alla fine della catena di comando, ci sono i ministri, e quindi il governo.[...]
[...]Alla fine la domanda è sempre la stessa: che prezzo si è disposti a pagare per assicurare l’impunità a questa classe?
/////////////////
Leggi tutto l’INTERVENTO di Bruno Tinti.