CGIL vs P2

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L’ANTEFATTO

Nel silenzio quasi assoluto dei media la Confindustria appoggiata dall’attuale governo Berlusconi III portava avanti accordi massonici e piduisti con i sindacati al fine di far accettare un nuovo modello contrattuale; tale modello è stato ampiamente criticato dall CGIL, che sola si è opposta a questi accordi di casta facendo informazione ai lavoratori e organizzando la loro protesta.
Tutto questo lo raccontavo nel mio post 21 ottobre scorso, “media indifferenza al futuro”, che vi invito a leggete attentamente, per poter così capire le ragioni impeccabili della CGIL.

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LA NOTIZIA

“Il 22 gennaio scorso, a Palazzo Chigi è stato raggiunto un accordo quadro separato sulla riforma del modello contrattuale (scarica il documento).
LA CGIL NON HA FIRMATO. Via libera, invece, da Cisl, Uil e Ugl, insieme a Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali. Nei prossimi giorni scioglieranno la riserva Abi e assicurazioni.”

Articoli di riferimento:

  1. Contratti, accordo quadro senza la Cgil
    In rassegna.it, 22 gennaio 2009
  2. Accordo separato, Epifani: ora decidano i lavoratori
    In rassegna.it, 23 gennaio 2009

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LE OPINIONI

Gente (criminale) di confindustria come Giovanni Sartori del Corriere dice in un suo articolo che “noi abbiamo un sindacalismo invecchiato che nella Cgil non dimentica le sue origini barricadiere e comuniste, e dedito soprattutto a salvare il posto di lavoro dei vecchi, di chi il posto di lavoro lo ha già”.
E ancora il Sartori dice:“finchè le vacche sono grasse è giusto che la sinistra si preoccupi di distribuire; quando le vacche diventano magrissime anche la sinistra deve rifare i suoi conti. Ma il problema, aggiungo, non è tanto della sinistra in generale, ma ancor più del nostro sindacalismo”.

Incredibilmente, al Sartori risponde Giorgio Ruffolo, prima ancora che che quello affermasse quanto sopra riportato: evidentemente la risposta non ha trovato nel Sartori sufficiente intelligenza per essere correttamente assorbita ed elaborata.
Ebbene, Ruffolo fa presente che “la tempesta nella quale siamo immersi, mi sembra superfluo ricordare che essa è stata confezionata in America da un governo di destra[…] L´accusa che Sartori muove alla sinistra si adatta perfettamente alla destra “liberista”. Qual è, infatti, lo “specifico filmico” della crisi se non proprio quello di avere per anni distribuito ricchezze inesistenti? Su tre piani distinti ma convergenti. Sul piano mondiale l´America ha vissuto e vive tuttora di risorse ben superiori a quelle che produce, finanziandole con il risparmio della sobrietà asiatica e realizzando così la parabola del ricco debitore. Sul piano dell´economia nazionale l´altissima pressione dei consumi, che ha finora mantenuto la domanda a livelli elevati, si basa su un colossale indebitamento delle famiglie americane che, con buona pace di Max Weber, hanno cessato da tempo di risparmiare. Che cos´è quell´indebitamento da cui è originata la crisi americana se non ricchezza distribuita senza essere prodotta? Infine, sul piano dell´impresa, della grande impresa, della Corporation, che cosa sono gli sconfinati guadagni dei manager americani, i loro stipendi di favola, le loro opzioni azionarie, le loro liquidazioni faraoniche, se non rendite di posizione: differenze tra valori di mercato che essi stessi sono in grado di influenzare e valori reali? Anche questa è ricchezza distribuita senza essere stata prodotta.[…]
Si è detto che l´indebitamento sregolato va a carico dei nostri posteri. E Woody Allen ha commentato: che c´è di male? Dopo tutto che cosa hanno fatto i posteri per noi? Ma non è vero. Quando le bolle scoppiano, e inevitabilmente scoppiano nel nostro tempo, sono i contemporanei a pagare. Anzitutto, quelli che non si sono arricchiti di ricchezze non prodotte, quindi sottratte ad altri: i lavoratori disoccupati, i risparmiatori frodati, i contribuenti chiamati a risolvere problemi che altri hanno creato”
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Articoli di riferimento:

  1. Chi sono i colpevoli della crisi globale
    Giorgio Ruffolo
    In Repubblica, 12 gennaio 2009
  2. L’incudine e il martello
    Giovanni Sartori
    In Corriere della sera, 24 gennaio 2009

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LA VERITA’

La verità è raccontata in modo chiaro, equilibrato e sintetico da Paolo Brutti dell’Italia Dei Valori, nell’articolo “Riforma della contrattazione: cortina fumogena” che riporto qui di seguito integralmente.

L’accordo sulla riforma della contrattazione, sottoscritto col governo da diverse organizzazioni sindacali e la Confindustria, senza la firma della CGIL, supera il celebre accordo del 23 luglio del 1993, realizzato al tempo del governo Ciampi. Ancora una volta la mancanza di soluzioni strutturali nelle proposte del governo determina una divisione del sindacato che speriamo si possa ricomporre quanto prima. Si sentono in giro affermazioni contrastanti sui contenuti dell’accordo, alcune che lo stroncano, altre che lo assumono come modello ideale delle future relazioni sindacali. Voglio dire subito che è una prassi consolidata, seppure deprecabile, degli accordi sindacali quella di avvolgere i punti effettivamente vincolanti da una serie di promesse e indicazioni di principio che ben difficilmente, poi, vengono mese in atto. Anche il celebrato accordo del 1993 aveva questi limiti.
Se depuriamo l’intesa appena realizzata dalle molte affermazioni semplicemente esortative e dagli auspici di ulteriori interventi del governo e delle parti, per altro del tutto facoltativi, il contenuto dell’accordo si riduce a due questioni essenziali.
La prima è l’assunzione che, per stabilire l’ammontare massimo degli aumenti contrattuali dei contratti nazionali di categoria, si utilizzerà un parametro elaborato da Eurostat e che si chiama IPCA, al posto del vecchio indice della inflazione programmata. Apparentemente sembrerebbe un miglioramento, perché l’inflazione programmata costituisce una decisione politica e non statistica. Ma l’ indice IPCA viene depurato del contributo all’inflazione apportato dagli aumenti dei prezzi dei beni energetici (energia e materie prime energetiche). Tutti sanno che questi aumenti costituiscono la principale componente dell’inflazione e la loro depurazione determinerà una riduzione strutturale del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi nei prossimi anni.
Se si aggiunge che il recupero della differenza tra inflazione reale e inflazione misurata dall’IPCA avviene nel triennio successivo a quello in cui si è avuta la perdita e che tale recupero non è automatico ma si ottiene per via negoziale, diventa chiaro che ogni contratto nazionale si occuperà di recuperare in parte il potere d’acquisto perduto nel triennio precedente e non anticiperà per nulla le perdite future di potere d’acquisto. La seconda questione essenziale è l’accettazione da parte del sindacato che la remunerazione degli aumenti di produttività del lavoro potrà essere presa in considerazione solo negli accordi aziendali. Oggi i contratti nazionali remunerano anche quella che si chiama la produttività media del settore. Domani non sarà più possibile. Inoltre la distribuzione territoriale delle imprese in cui si fa la contrattazione aziendale dice che esse sono solo alcune delle imprese medio grandi, preferibilmente collocate nel centro-nord. Questo poterà ad una progressiva diversificazione retributiva tra i lavoratori delle imprese più grandi e quelli delle imprese minori, che sono oltre il 90% di tutti i dipendenti e tra le imprese del centro nord e quelle del sud, riportando la situazione alle famigerate gabbie salariali.
Il resto dell’intesa è una cortina fumogena per mascherare questi due punti strutturali.
Per dire tutta la verità, ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla norma che vieta le azioni sindacali durante la contrattazione, tal che essa si dovrebbe svolgere senza il consueto appoggio della pressione dei lavoratori. Ma questo è un argomento di stretta rilevanza sindacale e non voglio fare facili commenti. Dico solo che una trattativa sindacale non è un invito a un pranzo di gala, come diceva Lech Walesa.
Si capisce bene perché la CGIL non ha firmato e quanto sia avventuristico pensare di riformare la contrattazione senza l’accordo del sindacato che rappresenta la maggioranza del mondo del lavoro e dei pensionati.

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