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Società

IL POTERE LEGISLATIVO (da Wikipedia)

In Italia, il potere legislativo spetta al Parlamento.
Anche il Governo può emanare un atto avente forza di legge (chiamato decreto legge), ma questo deve essere confermato successivamente dal Parlamento, pena la decadenza del decreto legge. Inoltre il Parlamento può delegare il Governo (tramite una legge chiamata appunto legge delega) affinché legiferi su una certa materia, ma al contempo stabilisce i margini entro i quali il Governo può muoversi nel legiferare. L’atto normativo emanato in questo modo dal Governo prende il nome di decreto legislativo.
Il potere di iniziativa legislativa viene attribuito a ciascun parlamentare, al popolo, attraverso l’istituto della proposta di legge di carattere popolare, effettuata tramite la raccolta di almeno cinquantamila firme, e al Governo, le cui proposte di legge devono però essere controfirmate dal Presidente della Repubblica.

IL POTERE ESECUTIVO:

Il potere esecutivo spetta al Governo che ha i compiti di:
– far rispettare l’ordine e la legge attraverso la gestione delle forze di polizia e dei penitenziari
– condurre la politica estera dello stato
– dirigere le forze militari
– dirigere i servizi pubblici e la pubblica amministrazione

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“E’ ovvio che la crisi di Governo, o le sue dimissioni, implicano l’arresto, alla Camera, di tutte le attività legislative che siano legate o dipendano da iniziative
riservate all’Esecutivo (vedi POTERE ESECUTIVO) o, comunque, dalla necessità di un suo intervento.
Ciò non significa, tuttavia, che il Parlamento non abbia, per tutte le altre materie, piena potestà legislativa (vedi POTERE LEGISLATIVO): la maggior parte delle leggi di cui attualmente si discute, in altre parole, possono essere proposte, votate ed approvate direttamente dalle Camere,
senza che sia necessario l’intervento del Governo.”
[…]
La nostra Costituzione prevede, sulla base del principio di continuità delle istituzioni, che il Governo dimissionario (quale è, allo stato, quello di Monti),
a partire dall’accettazione delle dimissioni da parte del Presidente della Repubblica, entri in regime di prorogatio, sino alla formazione del nuovo Governo.
Per tutto questo periodo, il Governo ha poteri limitati agli “affari correnti”, nel senso che la sua attività sarebbe limitata all’ordinaria amministrazione mentre gli sarebbe preclusa la sfera del cosiddetto «indirizzo politico». In particolare, nel nostro sistema politico si sono sempre emanate circolare dirette a precisare e specificare i compiti ed i poteri del Governo in prorogatio (le più recenti e rilevanti: la circolare Ciampi, quella Amato e la circolare Prodi).
[…]
Mantenere l’attuale Governo Monti in prorogatio (ossia con limitatissimi poteri di ordinaria amministrazione, di disbrigo degli affari correnti),
e concentrare tutta l’attività legislativa nel nuovo Parlamento, per almeno i prossimi 6-8 mesi, ovvero il tempo per una riforma elettorale,
e per l’approvazione delle leggi più urgenti.”

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Stralci estratti dai seguenti articoli scritti da Paolo Becchi, Professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova.

Un Parlamento senza Governo
Tutte le bindi-balle sulla costituzione

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Credo che la stesura di una legge per l’impignorabilità della prima casa debba essere fatta in accordo e sinergia con la legge per il reddito di cittadinanza.

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Una legge per il reddito di cittadinanza la si potrebbe immaginare sulla base di quanto scritto in questi due articoli:
Il reddito minimo? Si può fare
Come si finanzia il reddito di base incondizionato?

In estrema sintesi si tratterebbe di andare a sostituire tutte le forme di welfare attualmente esistenti con un reddito integrativo, senza limiti di tempo e senza obbligo di cercare lavoro, a favore di quei nuclei familiari al di sotto della soglia di povertà.
La soglia di povertà, calcolata dall’Istat, varia ovviamente da Nord a Sud e sulla base della composizione del nucleo familiare.

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Circa l’impignorabilità, invece, personalmente me la immagino regolata come segue.

L’impignorabilità si applica SOLO su quelle case che costituiscono l’unico bene immobile del nucleo familiare che vi abita.
Il proprietario di tale dell’immobile deve essere nello stato di famiglia del suddetto nuclo familiare e può avvalersi di tale tutela SOLO se:
1) il proprietario e i componenti del nucleo familiare che occupano l’immobile hanno tutti domicilio (comunicazione alla questura) e residenza (comunicazione all’amm. comunale) in quell’immobile
2) l’immobile rientra nei parametri massimi stabiliti (da definire) di ampiezza e di valore, messi in relazione al numero di persone che compongono il nucleo familiare
3) il nucleo familiare del propietario ha una condizione economica complessiva al di sotto di una soglia da stabilirsi (soglia di povertà + 500€ equivalente ad una rata di mutuo ?? ).

La condizione economica è valutata in base a:
– reddito (al netto delle imposte, delle spese mediche e dell’affitto/rata del mutuo, ma comprensivo di sussidi e di ogni altra voce d’entrata del nucleo)
– patrimonio (con la sostanziale sterilizzazione della prima casa)
– indicatori di consumo (auto, ampiezza dell’abitazione, affitto)

Modalità di applicazione:
– applicabile senza limiti di tempo solo su immobili che rientrano nei parametri minimi di cui al punto 2)
– applicabile solo per un periodo di tempo limitato su immobili che superano di poco (da definire) i parametri di cui 2)

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L’ANTEFATTO

Nel silenzio quasi assoluto dei media la Confindustria appoggiata dall’attuale governo Berlusconi III portava avanti accordi massonici e piduisti con i sindacati al fine di far accettare un nuovo modello contrattuale; tale modello è stato ampiamente criticato dall CGIL, che sola si è opposta a questi accordi di casta facendo informazione ai lavoratori e organizzando la loro protesta.
Tutto questo lo raccontavo nel mio post 21 ottobre scorso, “media indifferenza al futuro”, che vi invito a leggete attentamente, per poter così capire le ragioni impeccabili della CGIL.

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LA NOTIZIA

“Il 22 gennaio scorso, a Palazzo Chigi è stato raggiunto un accordo quadro separato sulla riforma del modello contrattuale (scarica il documento).
LA CGIL NON HA FIRMATO. Via libera, invece, da Cisl, Uil e Ugl, insieme a Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali. Nei prossimi giorni scioglieranno la riserva Abi e assicurazioni.”

Articoli di riferimento:

  1. Contratti, accordo quadro senza la Cgil
    In rassegna.it, 22 gennaio 2009
  2. Accordo separato, Epifani: ora decidano i lavoratori
    In rassegna.it, 23 gennaio 2009

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LE OPINIONI

Gente (criminale) di confindustria come Giovanni Sartori del Corriere dice in un suo articolo che “noi abbiamo un sindacalismo invecchiato che nella Cgil non dimentica le sue origini barricadiere e comuniste, e dedito soprattutto a salvare il posto di lavoro dei vecchi, di chi il posto di lavoro lo ha già”.
E ancora il Sartori dice:“finchè le vacche sono grasse è giusto che la sinistra si preoccupi di distribuire; quando le vacche diventano magrissime anche la sinistra deve rifare i suoi conti. Ma il problema, aggiungo, non è tanto della sinistra in generale, ma ancor più del nostro sindacalismo”.

Incredibilmente, al Sartori risponde Giorgio Ruffolo, prima ancora che che quello affermasse quanto sopra riportato: evidentemente la risposta non ha trovato nel Sartori sufficiente intelligenza per essere correttamente assorbita ed elaborata.
Ebbene, Ruffolo fa presente che “la tempesta nella quale siamo immersi, mi sembra superfluo ricordare che essa è stata confezionata in America da un governo di destra[…] L´accusa che Sartori muove alla sinistra si adatta perfettamente alla destra “liberista”. Qual è, infatti, lo “specifico filmico” della crisi se non proprio quello di avere per anni distribuito ricchezze inesistenti? Su tre piani distinti ma convergenti. Sul piano mondiale l´America ha vissuto e vive tuttora di risorse ben superiori a quelle che produce, finanziandole con il risparmio della sobrietà asiatica e realizzando così la parabola del ricco debitore. Sul piano dell´economia nazionale l´altissima pressione dei consumi, che ha finora mantenuto la domanda a livelli elevati, si basa su un colossale indebitamento delle famiglie americane che, con buona pace di Max Weber, hanno cessato da tempo di risparmiare. Che cos´è quell´indebitamento da cui è originata la crisi americana se non ricchezza distribuita senza essere prodotta? Infine, sul piano dell´impresa, della grande impresa, della Corporation, che cosa sono gli sconfinati guadagni dei manager americani, i loro stipendi di favola, le loro opzioni azionarie, le loro liquidazioni faraoniche, se non rendite di posizione: differenze tra valori di mercato che essi stessi sono in grado di influenzare e valori reali? Anche questa è ricchezza distribuita senza essere stata prodotta.[…]
Si è detto che l´indebitamento sregolato va a carico dei nostri posteri. E Woody Allen ha commentato: che c´è di male? Dopo tutto che cosa hanno fatto i posteri per noi? Ma non è vero. Quando le bolle scoppiano, e inevitabilmente scoppiano nel nostro tempo, sono i contemporanei a pagare. Anzitutto, quelli che non si sono arricchiti di ricchezze non prodotte, quindi sottratte ad altri: i lavoratori disoccupati, i risparmiatori frodati, i contribuenti chiamati a risolvere problemi che altri hanno creato”
.

Articoli di riferimento:

  1. Chi sono i colpevoli della crisi globale
    Giorgio Ruffolo
    In Repubblica, 12 gennaio 2009
  2. L’incudine e il martello
    Giovanni Sartori
    In Corriere della sera, 24 gennaio 2009

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LA VERITA’

La verità è raccontata in modo chiaro, equilibrato e sintetico da Paolo Brutti dell’Italia Dei Valori, nell’articolo “Riforma della contrattazione: cortina fumogena” che riporto qui di seguito integralmente.

L’accordo sulla riforma della contrattazione, sottoscritto col governo da diverse organizzazioni sindacali e la Confindustria, senza la firma della CGIL, supera il celebre accordo del 23 luglio del 1993, realizzato al tempo del governo Ciampi. Ancora una volta la mancanza di soluzioni strutturali nelle proposte del governo determina una divisione del sindacato che speriamo si possa ricomporre quanto prima. Si sentono in giro affermazioni contrastanti sui contenuti dell’accordo, alcune che lo stroncano, altre che lo assumono come modello ideale delle future relazioni sindacali. Voglio dire subito che è una prassi consolidata, seppure deprecabile, degli accordi sindacali quella di avvolgere i punti effettivamente vincolanti da una serie di promesse e indicazioni di principio che ben difficilmente, poi, vengono mese in atto. Anche il celebrato accordo del 1993 aveva questi limiti.
Se depuriamo l’intesa appena realizzata dalle molte affermazioni semplicemente esortative e dagli auspici di ulteriori interventi del governo e delle parti, per altro del tutto facoltativi, il contenuto dell’accordo si riduce a due questioni essenziali.
La prima è l’assunzione che, per stabilire l’ammontare massimo degli aumenti contrattuali dei contratti nazionali di categoria, si utilizzerà un parametro elaborato da Eurostat e che si chiama IPCA, al posto del vecchio indice della inflazione programmata. Apparentemente sembrerebbe un miglioramento, perché l’inflazione programmata costituisce una decisione politica e non statistica. Ma l’ indice IPCA viene depurato del contributo all’inflazione apportato dagli aumenti dei prezzi dei beni energetici (energia e materie prime energetiche). Tutti sanno che questi aumenti costituiscono la principale componente dell’inflazione e la loro depurazione determinerà una riduzione strutturale del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi nei prossimi anni.
Se si aggiunge che il recupero della differenza tra inflazione reale e inflazione misurata dall’IPCA avviene nel triennio successivo a quello in cui si è avuta la perdita e che tale recupero non è automatico ma si ottiene per via negoziale, diventa chiaro che ogni contratto nazionale si occuperà di recuperare in parte il potere d’acquisto perduto nel triennio precedente e non anticiperà per nulla le perdite future di potere d’acquisto. La seconda questione essenziale è l’accettazione da parte del sindacato che la remunerazione degli aumenti di produttività del lavoro potrà essere presa in considerazione solo negli accordi aziendali. Oggi i contratti nazionali remunerano anche quella che si chiama la produttività media del settore. Domani non sarà più possibile. Inoltre la distribuzione territoriale delle imprese in cui si fa la contrattazione aziendale dice che esse sono solo alcune delle imprese medio grandi, preferibilmente collocate nel centro-nord. Questo poterà ad una progressiva diversificazione retributiva tra i lavoratori delle imprese più grandi e quelli delle imprese minori, che sono oltre il 90% di tutti i dipendenti e tra le imprese del centro nord e quelle del sud, riportando la situazione alle famigerate gabbie salariali.
Il resto dell’intesa è una cortina fumogena per mascherare questi due punti strutturali.
Per dire tutta la verità, ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla norma che vieta le azioni sindacali durante la contrattazione, tal che essa si dovrebbe svolgere senza il consueto appoggio della pressione dei lavoratori. Ma questo è un argomento di stretta rilevanza sindacale e non voglio fare facili commenti. Dico solo che una trattativa sindacale non è un invito a un pranzo di gala, come diceva Lech Walesa.
Si capisce bene perché la CGIL non ha firmato e quanto sia avventuristico pensare di riformare la contrattazione senza l’accordo del sindacato che rappresenta la maggioranza del mondo del lavoro e dei pensionati.

Storie di ordinaria immigrazione. 4 persone, 4 continenti, 4 storie di migranti: un documentario per conoscere i nuovi cittadini italiani. Il film è stato realizzato nell’ambito della campagna nazionale della Cgil “Stesso sangue. Stessi diritti”
Sullo sfondo… una magnifica ROMA.

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Ho ricevuto una offerta di lavoro da Praga; l’ho rifiutata perchè la parte fissa dell’offerta economica era più bassa di quella che ricevo attualmente, e l’ho riufiutata nonostante i befefit extra contratto e nonostante che con la parte variabile si andasse di molto più su.
Nel valutare questa offerta mi sono imbattuto in strumenti e documentazioni molto utili e interessanti.
In primi un sito eures, il portale europeo della mobilità internazionale, una fonte di informazioni dettagliatissime su tutti i paesi della comunità europea, pensato per chi cerca lavoro all’estero, ma utile sia a chi deve valutare e preparare un trasferimneto permenante all’estero, sia a chi vuole studiare e organizzare un viaggio.
Poi, nel verificare la veridicità del fatto che in CR (Czech Republic) le tasse sul lavoro dipendente siano solo il 15%, ho trovato un documento legale ne quale si spiega che il 15% va calcolato sul super-gross, ovvero il lordo moltiplicato per 1,35 (coefficiente per i servizi di sanità e previdenza).
Poi poi forse vi interessa leggere il contratto nazionale dei lavoratori nella Repubblica Ceca; noterete che in esso non si parla di tredicesima o quattordicesima, non si parla del trattamento degli straordinari, e che ‘argomento “malattia” è appena sfiorato. E pensare che la Repubblica Ceca è un paese ex comunista…
Poi poi poi forse vi interessa leggere com’è fatto un contratto di lavoro scritto in inglese da una multinazionale americana con sede in CR.
La trattativa non è ufficialmente ancora chiusa, ma non credo andrà avanti.


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Riassumiamo nella mente tutti i principi di cui si fa portatore il “nostro” attuale governo italiano… scuola, immigrazione, integrazione, stato sociale, diritti umani, diritti costituzionali… e confrontiamo questi principi con quelli che ci vengono dall’America a seguito delle recenti elezioni presidenziali. Il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente sulla terra, è un uomo di colore, figlio di un immigrato africano (e nipote di una zia immigrata clandestinamente), estraneo ad ogni logica lobbistica o di potere, con una storia personale decisamente di sinistra (anche se la sinistra in America non esiste).
Ma la domanda che segue questa riflessione è: com’è potuto accadere tutto ciò, che ai nostri occhi risulta essere un cambiamento così radicale e altrettanto così tremendamente improvviso? La risposta è nella corruzione dei nostri media tradizionali che censurano, filtrano, narcotizzano e drogano le notizie. Ieri gli abbracci tra Berlusconi e Bush tra ali di folla acclamante, oggi l’elezione di Obama che fa crollare in un sol colpo enormi scenografie illusorie d’un mondo virtuale costruito ad arte; finalmente torniamo alla realtà, e ci accorgiamo che il futuro è già oggi.


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Barack Hussein Obama Jr. nasce a Honolulu (Hawaii, USA) il 4 agosto 1961.
Il padre, keniota agnostico ed ex pastore, emigrato negli Stati Uniti per studiare conosce la studentessa Ann Dunham (di Wichita, Kansas); la coppia frequenta ancora l’università quando il piccolo Barack nasce.

Nel 1963 i genitori si separano; il padre si trasferisce ad Harvard per completare gli studi, poi fa ritorno in Kenya. Rivedrà il figlio solo in un’occasione poi morirà nel suo paese natale nel 1982. La madre si risposa: il nuovo marito è Lolo Soetoro, indonesiano, altro ex collega universitario, da cui avrà una figlia. Soetoro muore nel 1993 e Ann si trasferisce a Giakarta con il piccolo Obama. Qui nasce la figlia Maya Soetoro-Ng. Obama frequenta le scuole elementari fino ai suoi 10 anni, poi torna ad Honolulu per ricevere una migliore istruzione.
Viene cresciuto inizialmente dai nonni materni (Madelyn Dunham) e poi dalla madre che li raggiunge.

Dopo il liceo studia all’Occidental College prima di spostarsi al Columbia College della Columbia University. Qui consegue una laurea in scienze politiche con una specializzazione in relazioni internazionali. Inizia quindi a lavorare per la “Business International Corporation” (poi diverrà parte del “The Economist Group”), agenzia fornitrice di notizie economiche di carattere internazionale.

Obama si trasferisce poi a Chicago per dirigere un progetto non profit che assiste le chiese locali nell’organizzare programmi di apprendistato per i residenti dei quartieri poveri nel South Side. Lascia Chicago nel 1988 per andare ad Harvard, per tre anni, dove approfondisce gli studi di giurisprudenza. Nel febbraio 1990 è il primo afroamericano presidente della celebre rivista “Harvard Law Review”.

Nel 1989 conosce Michelle Robinson, avvocato associato nello studio dove Obama sta facendo uno stage estivo. Ottiene il dottorato magna cum laude nel 1991 e l’anno seguente sposa Michelle.

Tornato a Chicago dirige il movimento “voter registration drive”, per far registrare al voto quanti più elettori possibili. Diviene avvocato associato dello studio legale Miner, Barnhill & Galland e lavora per difendere organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti civili e del diritto di voto.
Nel 1995 scrive un libro dal titolo “Dreams from My Father”, in cui descrive l’esperienza di crescere con la famiglia della madre, famiglia bianca, di ceto medio. La madre morirà solo poco tempo dopo la pubblicazione del libro. Intanto nel 1993 inizia a insegnare Diritto costituzionale presso la Scuola di legge dell’Univerisità di Chicago, attività che porta avanti fino al 2004 quando si candida per il Partito Democratico e viene eletto al Senato federale.

Sin dal suo discorso inaugurale riceve una vasta notorietà a livello nazionale. E’ l’unico senatore afroamericano quando a Springfield, capitale dell’Illinois, il 10 febbraio 2007 annuncia ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008. Membro del suo stesso partito e anche lei in corsa per la Casa Bianca è Hillary Clinton, moglie dell’ex Presidente USA. Dopo una lunga cavalcata testa a testa, le primarie si concludono all’inizio del mese di giugno 2008 con la vittoria di Obama.

Il suo rivale alle elezioni del mese di novembre 2008 è John McCain. Obama stavince: è il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo nero.


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La motivazione del lodo Alfano è “l’esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle attività connesse alle alte cariche”. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 24 del 2004, ha affermato – in poche parole – che non si ravvisa connotazione di diversità per la quale detta “serenità” non debba esere garantita a tutti piuttosto che solo alle alte cariche. Ovvero, tale serenità è un bene da garantire a tutti, ottenibile soltanto con una aministrazione seria ed efficiente della giustizia.

Fatto questo preambolo, viro verso una notizia di cronaca nera.

Leggevo che due ragazzi son morti in un incidente stradale a seguito del loro tentativo di fuga da una volante dei carabinieri, in quanto non in regola con l’assicurazione civile della moto che giudavano.
Evidentemente questi ragazzi non avevano la serenità che serviva per fermarsi e pagare delle proprie infrazioni. Evidentemente la vita li aveva privati della necessaria “serenità” e messi in una condizione “di fuga”. Alcune colpe della loro morte sono secondo me da ricercare a monte, nel governo dello stato, che non si preoccupa di garantire il diritto al lavoro e alla crescita personale dell’individuo.

E dunque arrivo a quanto mi premeva dire con questo post.

Di Pietro – in un suo INTERVENTO alla Camera (dal minuto 1:34:30) – denunciava al governo che stava per eleggere un personaggio contiguo alla mafia (Antonio Franco Cassata) a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina
Oggi, in un ARTICOLO pubblicato sull’unità, leggo che la morte di Parmaliana ha strette connessioni con quel Franco Cassata.
Adolfo Parmaliana si sarebbe suicidato affinchè la sua lettera di testamento venisse letta, affinchè i riflettori si accendessero su quei vari dossier definiti “TSUNAMI” che Cassata ha più volte rispedito indietro ai carabinieri. Anche questa volta, qualcuno muore perchè lo stato non garantisce la “serenità” di vivere, di vivere serenamente.

Roberta Lombardi Cittadina

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Carla Ruocco

Portavoce cittadina al parlamento del Movimento 5 stelle - Vice Presidente Commissione Finanze

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